La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

di Ivan Vellucci

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese, La luna e i falò

Ferdinando IV di Borbone diventò Re a soli 8 anni. Grazie ad una incredibile formazione e ad una sua predilezione per l’innovazione fu uno dei monarchi più illuminati (anche se per alcuni era il lazzarone). Dietro la Reggia di Caserta, sulla collina di San Leucio, volle realizzare un incredibile vigneto la cui forma a ventaglio prevedeva dieci raggi, ovvero dieci filari, per contenere tutti i vitigni autoctoni del Regno. Lipari rosso (Corinto), Delfino bianco (Malvasia della Puglia), Procopio (Greco di Bianco, Calabria), Piedimonte rosso e bianco (Pallagrello nero e bianco), Lipari bianco (Malvasia delle Lipari), Siracusa bianco (Moscato), Terranova (Gaglioppo o Greco nero), Corigliano rosso (Magliocco), Siracusa rosso (Nero d’Avola). Ognuno di questi vitigni era identificato da un cippo ovvero da una lapide che ne riportava le specificità

Oggi, le lapidi della Vigna del Ventaglio giacciono abbandonate dentro una villa per cerimonie, vicino Caserta. Nessuna targa, nessun percorso segnalato, nessuna cura. Sara Carusone le ha cercate, le ha trovate, le ha guardate con gli occhi di una ragazza entusiasta. C’era una luce brillava negli occhi e un cuore che si stringeva. Emozione e delusione insieme, due facce di chi ama qualcosa che il mondo ha deciso di trascurare. In quel momento, forse, aveva già capito tutto di sé stessa e del suo futuro.

Sara non se n’è andata nonostante avesse tutte le ragioni per farlo: una sorella a Milano, un concorso da superare, una cantina con i conti che ancora non tornavano, un padre con cui ogni piccola cosa è discussione. Oltre all’essere donna in un mondo dominato dagli uomini. Ha avuto le ragioni e forse anche qualche momento in cui ci ha pensato. Ma è rimasta. Tra i filari di Pallagrello e Casavecchia di Bellona, in quella Terra di Lavoro che i Borboni chiamavano reale e che oggi stenta a farsi sentire oltre i confini campani.

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

Terra di Lavoro, terra di mezzo

Bellona è un piccolo comune della provincia di Caserta. Non è un posto che trovi facilmente nelle guide turistiche. Non ha la notorietà della Reggia, non ha i panorami della Costiera. È uno di quei luoghi che esistono per chi li conosce davvero, per chi ci è nato, per chi ha imparato a guardare oltre il silenzio apparente dei campi. Io la conosco da sempre.

Antonina detta Mimma, mia nonna materna, era originaria di Bellona. Le sue sorelle vivevano ancora li e ricordo le domeniche nelle quali le andavamo a trovare. Ricordo in particolare di una zia che, attenta ad evitare lo spreco (forse in maniera eccessiva) era solita offrire la colomba a Natale e il panettone a Pasqua. Però il fantastico liquorino alle ciliegie lo aveva sempre. Papà non me lo faceva bere. Solo un sorso. Insieme alla ciliegina che trattenevo in bocca per un bel pò.

Questa era ed è la Terra di Lavoro. Un nome antico e carico di storia per un territorio che si estende tra il Volturno, il Garigliano e le pendici del Matese, capace di produrre vini dall’epoca borbonica, quando Ferdinando IV di Napoli fece impiantare la Vigna del Ventaglio a Caserta Vecchia con i vitigni autoctoni come il Pallagrello e il Casavecchia. Poi è arrivato il Novecento, con le sue semplificazioni, le sue rese, il vino sfuso che si vendeva a damigiane. Il silenzio.

Quante storie simili ho incontrato in questo Paese. Storie di territori che si sono perduti e che qualcuno cerca faticosamente di ritrovare. Non per nostalgia. Per urgenza semmai. L’urgenza di chi sa che non facendolo in questa vita, non lo farà nessuno.

Una laurea in Lettere, una tesi sul Pallagrello e una passione sfuggita di mano

La mia passione è cominciata prima dalla storia, dal vitigno, e poi mi sono appassionata al vino

Sara ha nel tono quella precisione, quasi filologica, che tradisce gli anni di studi umanistici. È infatti laureata in Lettere, poi in Filologia Moderna. 

Era una domenica pomeriggio quando lessi per la prima volta la storia del Pallagrello. Qualcosa si mosse. Me ne innamorai, e dissi: voglio ultimare i miei studi con una tesi che sia una storia dal Mezzogiorno sui vini di Terra di Lavoro.

Che meraviglia! Il vino come oggetto letterario prima che enologico. Il territorio come testo da interpretare. Sara, che come i grandi ricercatori, prima si dedica alla lettura, poi alla ricerca, poi, toccando con mano, alla sperimentazione. Ha percorso l’intero tracciato dell’Acquedotto Carolino fino in provincia di Benevento, dove il canale si perde quasi nel nulla. Ha cercato le lapidi della Vigna del Ventaglio, nascoste all’interno di una villa per cerimonie.

Tu non hai idea di quello che provai in quel momento. Da una parte un’emozione fortissima. Dall’altra la delusione. Perché pensai: abbiamo veramente la storia, qui nel nostro territorio, una storia vitivinicola. Perché deve stare così? Perché non si può valorizzare?

Questa è esattamente la domanda giusta. È la domanda che mi faccio quando giro per l’Italia e trovo bellezze architettoniche ridotte a ruderi, tradizioni enologiche ridotte a curiosità, territori ridotti a margine. L’Italia è un Paese che ha il privilegio straordinario di essere nato già capolavoro, e spesso lo spreca con una leggerezza che fa male. 

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

La famiglia, i nonni, il padre che fuggì dal cemento

La storia de La Masserie comincia ancor prima di Sara. I nonni coltivavano la campagna come si faceva un tempo. C’era il pescheto. C’era l’orto. C’era la vigna. Per ultima, per produrre vino sfuso. C’era anche un bisnonno, con un ricordo che nasce nei filari. Poi si interrompe, si disperde, riprende.

Mio padre ha sentito il richiamo delle origini. Ha voluto dare dignità al luogo in cui è nato e a quello che avevano realizzato il nonno e il bisnonno.

Il papà di Sara, prima di tornare alla terra, era imprenditore edile. Forse fuggito. Letteralmente fuggito dalla terra. Erano quelli i tempi delle ambizioni diverse. Della gioventù che ti fa scappare da casa rifiutando tutto ciò che rappresenta. Fino a quando la maturità non ti fa capire che la tua storia richiede più forza e impegno di qualcosa di nuovo. Così è tornato. Nel 2005 aveva rimosso un pescheto davanti all’azienda e impiantato il primo ettaro della nuova generazione. Da lì, a poco a poco, fazzoletti di terra acquistati dai parenti. Sette, otto, nove filari sparsi qua e la attorno Bellona fino ad arrivare ai sei ettari vitati di oggi.

Una dinamica arcaica. Un figlio che scappa, che torna, che vuole redimere il passato. Poi c’è la figlia che non è mai scappata, che è rimasta anche quando non avrebbe dovuto e che ora deve combattere per avere voce in capitolo in qualcosa che, in larga misura ha costruito lei stessa.

Io a volte quello che vorrei è avere un pochettino più di voce in capitolo e smettere di essere figlia. Vorrei essere guardata come una socia. Vorrei che mi responsabilizzasse un pochettino di più.

Non c’è rabbia nel tono. Semmai quella stanchezza lucida di chi ha già fatto i conti con la realtà e ha scelto di stare. Di restare. Io glielo dico chiaramente: suo padre, ne sono convinto, sa benissimo quanto vale. Solo che queste cose, in certi uomini di quella generazione, fanno il giro lungo prima di arrivare alle parole.

Difficile ricordare un bravo da parte di mio padre. Mamma si. La mamma è sempre la mamma. Ma papà era diverso. C’era sempre qualcosa che potevo fare meglio anche se avevo ottenuto il massimo. Lo vivevo male anche se a distanza di anni ho capito quanto grande fosse quell’insegnamento.

Il genere come ostacolo invisibile (ma non troppo)

Non ci si può e non si deve girare intorno: Sara è una donna in un settore che, dovunque e non solo in certe aree del Mezzogiorno, continua ad avere resistenze ataviche verso la leadership femminile. Nelle parole di una persona splendida come Sara, non c’è rancore, non c’è rabbia. C’è solo chiarezza e determinazione.

Nonostante io andassi la mattina, nonostante tornassi la sera, i nonni alla fine dicevano: mannaggia, ma patate c’ha da fa che si mette a piantare tutti sti vigneti quando tene doi figlie femmine.

Ovvero: ma perché tuo padre perché si mette a piantare tutti questi vigneti se ha due figlie femmine?  

Una frase che non piò che rimanere impressa come una ferita. Non è cattiveria. Non è arretratezza. È null’altro che l’atavica accettazione del ruolo femminile che non è quello della terra. Le donne dovevano fare altro. Non per scelta ma perché quello era. Ancora oggi le scelte di Sara vengono lette attraverso il filtro del genere.

Ruota tutto intorno a questo. Il fatto che io sia una donna, quella troppo fissata con la pulizia, troppo meticolosa, troppo così.

Pensate a quante volte la cura, la meticolosità, l’attenzione al dettaglio vengono lette come eccesso quando appartengono a una donna e come virtù quando appartengono a un uomo. Sara fa i campionamenti in vigna. Determina l’epoca di vendemmia. Fa le analisi di base di  acidità, pH, grado zuccherino, ecc. Segue i travasi, entra nelle vasche per il lavaggio, gestisce le ansie di cantina nel cuore della notte. Eppure non basta. Non basta mai.

Le ansie le sento sulla mia pelle. Sono capace che a mezzanotte chiamo l’elettricista perché dico: devi venire adesso, io non posso lasciare il mio mosto.

I vini trattati come figli. La cantina come luogo di amore assoluto e totalizzante. Questo non è eccesso: è dedizione. È amore puro e incondizionato. 

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Pallagrello e Casavecchia: vitigni senza rete

Se si vuol capire la difficoltà di produrre vino nella Terra di Lavoro, occorre prima capire cosa significa lavorare con vitigni autoctoni che la maggior parte del mercato non conosce. Il Pallagrello Nero, il Pallagrello Bianco, il Casavecchia: nomi che in Campania oggi iniziano ad avere una certa risonanza ma che fuori dai confini regionali restano quasi sconosciuti.

Paghiamo lo scotto di produrre vini da vitigni sconosciuti. Chi ha la fortuna di produrre vini con vitigni più noti ha un ostacolo in meno rispetto a noi.

È una verità scomoda. Il mercato del vino premia la notorietà del nome prima ancora della qualità del contenuto. Una Barbera, un Primitivo, un Vermentino hanno già una storia raccontata nel mercato, una categoria mentale già aperta nel consumatore. Pallagrello e Casavecchia devono costruire quella categoria da zero, ogni volta, ad ogni degustazione, ad ogni incontro.

Questo non significa che il vino sia meno buono. Significa che il lavoro di comunicazione deve essere doppio. Sara lo sa tanto che è stata lei, d’altronde, a capire per prima che non basta produrre il vino

Ci vuole la comunicazione, ci vuole pazienza con i clienti, ci vuole qualità.

La Vigna del Ventaglio, il Comune di Caserta e i sogni bloccati dalla burocrazia

Nel 2018, il Comune di Caserta indisse un bando per il ripristino delle vigne della Torretta del Pomarello, quelle che si trovavano ai lati dello scalone del Belvedere di San Leucio. La Masserie vinse quella gara.

Sara era euforica. Il relatore della sua tesi era euforico. C’era persino un capitolo finale dedicato al progetto di ripristino. Un sogno accademico e imprenditoriale che si fondevano in una sola storia.

Poi come al solito tutte le cose che riguardano la politica e la burocrazia il più delle volte sono destinate a rimanere così.

Sono passati quasi nove anni. Nulla è stato realizzato. Il Comune, secondo Sara, ha anche arrecato danni d’immagine: la notizia della vittoria era stata diffusa, l’aspettativa era reale. Poi, il niente.

È una storia italiana. Non solo Campana, non solo casertana: italiana. Abbiamo una capacità straordinaria di trasformare i sogni in pratiche burocratiche e poi di dimenticare le pratiche nei cassetti. Si ferma tutto alla conferenza stampa di presentazione o ad un taglio di nastro. Come se la passerella dell’annuncio fosse il punto di arrivo. Di questo anche il settore dei giornalisti al quale appartengo deve fare un mea culpa. Ci si accontenta di scrivere la storiella della conferenza stampa con i fiocchettini solo perché altrimenti non si viene più invitati e non si avrebbe nulla da scrivere. Nessuno si pone la domanda del cosa sia avvenuto a distanza di tempo. Nessuno va a vedere se a quella presentazione sia succeduto un fatto. Troppo scomodo.

Solo che nel frattempo la storia si sgretola, le lapidi della Vigna del Ventaglio continuano a stare abbandonate. Sara ci torna ogni tanto con quel misto di meraviglia e dolore che appartiene a chi ama qualcosa di trascurato.

30.000 bottiglie, sei ettari e il futuro che passa per una bollicina

La Masserie produce oggi circa 30.000 bottiglie l’anno su sei ettari vitati. Un’azienda di medie dimensioni, non una piccola realtà, con tutti gli impegni che questo comporta. Otto etichette in gamma, frutto di una storia aziendale che Sara ha cercato di riordinare e razionalizzare

Penso che dietro ogni etichetta ci debba essere prima una sperimentazione, un progetto, e con conseguente comunicazione e presentazione.

Il rosato da Casavecchia, una scelta della quale dà merito al padre, è uno dei pezzi più interessanti della gamma. Un rosato da un vitigno che solitamente declina al rosso, con tutto l’interesse che ne deriva. 

Veritas è Rosato da Casavecchia. IGT Terre del Volturno
Screenshot

In vino veritas, dicevano gli antichi. Nel vino la verità. Nome omen si potrebbe dire per questo rosato. Non mente, non si traveste, non cerca di essere qualcosa che non è. È esattamente quello che sembra.

Rosa antico, vivo, limpido. Il colore di certe sere d’estate quando il cielo non ha ancora deciso se restare o andarsene.

Il naso è un piccolo mercato di frutti freschi e erbe: fragoline di bosco, fragola, ribes, poi una vena agrumata di lime e mandarino. Poi sotto, delicatamente, quasi sussurrata, la mentuccia e la salvia. Tutto è vivo, tutto è fresco. I sentori sono lunghi e gradevoli come una conversazione leggera che però non dimentichi.

In bocca arriva la vera sorpresa. Una freschezza agrumata che pervade il palato e lo lascia pulito, sapido, piacevolmente vivo. Un senso di limone che non abbandona la bocca ma la abita con garbo. Non è un vino complesso e nemmeno non vuole esserlo. Non è strutturato, non è stucchevole, non ha infrastrutture pesanti. È nemmeno vuole esserlo. È semplicemente buono, con quella bontà immediata e senza trucchi che è la più difficile da ottenere. Il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga, e che cerchi di nuovo nel bicchiere già vuoto.

Il Casavecchia declinato al rosa è una scommessa che Sara ha vinto: dimostrare che questo vitigno antico, robusto, capace di rossi profondi, sa essere anche fresco, beverino, gioioso. Una verità semplice, appunto.

Tres Frigidae. Pallagrello Bianco 2023. IGT Terre del Volturno

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

Il nome viene da Triflisco, la frazione di Bellona attraversata da ruscelli dalle acque fresche. Era il luogo dove si andava a mangiare la pizza nelle pizzerie che sorgevano (credo abusivamente) proprio su torrente. In estate era un refrigerio che non si poteva non godere. Come dell’acqua fresca che sgorgava dalla fonte. 

Tres frigidae, tre volte fresco, dice il latino. E questo vino lo sai già quando lo versi: giallo paglierino quasi dorato, brillante, pulito. Dotato di una luminosità tranquilla che non ha bisogno di imporsi. Ti guarda e ti aspetta.

Al naso arriva con discrezione, come chi ha molto da dire e sa aspettare il momento giusto. Prima il floreale con il glicine e i fiori di mandorla; poi una sottile vena agrumata, limone, qualcosa che ricorda il lime. Poi la frutta: pera, pesca bianca e un accenno di tropicale che si dissolve in melone chiaro, quasi trasparente. Quello che tiene tutto insieme è una mineralità fresca, quasi balsamica, che fa da anello di congiunzione tra il fiore e il frutto come un filo sottile che non spezza mai il tessuto. Un vino suadente, costruito per armonia più che per potenza.

In bocca è dove questo Pallagrello Bianco diventa davvero se stesso. L’ingresso è piacevole, ampio, con una freschezza agrumata che si allarga senza aggredire. C’è un limone dolce. Una dolcezza intrinseca nell’asprezza che è come mordere un agrume appena maturo quindi una sapidità che pulisce e invita. Non è un vino verticale nel senso stretto: è largo, bilanciato, con una persistenza che sorprende per quanto a lungo rimane in bocca, floreale e agrumata, senza mai stancare.

Vinalia. Casavecchia 2021 IGT Terre del Volturno

Le Vinalia erano le feste romane del vino nelle quali si offriva il nuovo mosto a Giove e a Venere. La gente beveva nelle strade, divertendosi senza fine. Un nome che porta il peso della storia con leggerezza.

Il Casavecchia è il vitigno che viene da lontano. Pare che la prima talea sia stata trovata nei pressi di Pontelatone, paese del, accanto ai resti di una casa vecchia. Ecco svelato il nome. È un’uva dura, testarda, radicata nel tufo e nell’argilla di questa terra difficile. Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino profondo, quasi impenetrabile, con riflessi violacei che tradiscono la giovinezza.

Il naso è intenso e selvatico: mora, amarena, prugna matura si intrecciano con sentori di macchia mediterranea, erbe di campo, qualcosa di ferroso e minerale che ricorda la terra bagnata dopo la pioggia. Con l’aria si apre e rivela una speziatura scura di pepe e chiodi di garofano accompagnata da una nota erbacea che riporta ai boschi dei Caiatini.

In bocca è tannico, deciso, con una struttura che non concede facilmente. L’ingresso è diretto, quasi brusco, poi si distende su un corpo ampio, con una persistenza che dura e che lascia in bocca il ricordo di frutti neri e terra. Ha bisogno di tempo, nel bicchiere e negli anni. Ma chi aspetta viene ricompensato. Un vino che parla del luogo in cui è nato senza abbellirlo, senza mediarlo. La Terra di Lavoro in tutta la sua selvatichezza.

Volturnus. Pallagrello Nero 2022. IGT Terre del Volturno

Il Volturno è il fiume più lungo del Mezzogiorno continentale. Nasce sull’Appennino molisano, attraversa il Sannio, piega verso sud, scende in pianura e raggiunge il mare vicino a Castel Volturno. Secoli di storia ci sono passati dentro. Annibale lo attraversò, i Romani lo attraversarono, i Longobardi ci costruirono castelli. Volturnus era poi una divinità campana, il Dio patrono del fiume. Un nome che ha il peso delle cose antiche.

Rosso rubino con lievi trasparenze, il colore di chi non ha niente da nascondere. Il Pallagrello Nero che vive qui, sugli Appennini argillosi e sabbiosi di Castel Campagnano, a centocinquanta metri sul mare, è un’uva di carattere, non di prepotenza.

Il naso apre su frutti di sottobosco freschi di mirtillo, mora e gelso. La prugna che si affaccia timidamente. Una sottile vena floreale di violetta appare e scompare quasi subito lasciando spazio a qualcosa di più minerale, quasi di pietra focaia. È un profumo elegante, misurato, che convince.

In bocca è più deciso di quanto il naso lasci presagire: fresco, sapido, con tannini presenti ma mai aggressivi, ben integrati in una struttura snella che favorisce la beva. La persistenza è buona, con quel ricordo di frutta scura e mineralità che torna pulito, senza sbavature. Non ha in se complessità ma una scorrevolezza, una leggerezza di passo che lo rende compagno ideale di una tavola, di una serata, di una conversazione che non finisce.

Matura in acciaio, affina in bottiglia. Raggiunge la sua espressività migliore tre o quattro anni dopo la vendemmia. Ma già adesso, giovane com’è, sa già quello che vuole essere.​​​​​​​​​​​​​​​​

Poi, sullo sfondo, c’è l’esperimento che la entusiasma di più: una bollicina, ancora in fase di sperimentazione, che potrebbe entrare in gamma nei prossimi anni.

Le cose ora stanno andando diversamente, come forse dovrebbero andare.

Al suo fianco, in questa fase, ci sono due figure nuove: Benito, il compagno, che ha abbracciato l’attività con entusiasmo genuino; Ernesto Buono, enologo della stessa generazione di Sara, che ha portato energia fresca e voglia di sperimentare.

Non che mi manchi la passione, però le difficoltà sono tante e quando sei in un paesino come il nostro la mentalità non c’è. Ma questo entusiasmo, questa voglia di fare, di sperimentare nonostante tutto mi dà la forza di andare avanti.

Insegnare per campare, vendemmiare per vivere

C’è anche l’altra vita di Sara. Quella che inizia a settembre, quando la vigna è già a riposo e arrivano le prime convocazioni dalle scuole. Per anni è stata supplente. Quella precarietà che, strano a dirsi, le aveva persino fatto comodo: le convocazioni arrivavano a fine vendemmia, quando i vini erano già in cantina.

Prima mettevo i miei bambini a riposo, concludevo la vendemmia, e poi eccomi, mi dedicavo all’insegnamento.

Adesso ha superato il concorso con il massimo dei voti, dopo uno studio matto e disperatissimo (le parole sono sue, e riconosco in esse l’eco del Leopardi che ha studiato, dello Zibaldonee di tutti quei meridionali che hanno fatto dello studio una forma di resistenza) e le cose cambieranno. Non sa ancora dove sarà assegnata. La Campania è grande. Potrebbe capitare ovunque, persino su un’isola.

Una soluzione la troveremo

Sara è così. Meravigliosamente Sara. Una ragazza dolce e delicata, con il sorriso timido e le parole che sembrano sussurrate ma che entrano nel profondo. Una leggera inflessione campana che ho imparato a conoscere dalla mia fanciullezza. Un garbo che è proprio di quelle donne che sanno di dover dimostrare le cose con i fatti, senza urlare, senza agitarsi o alzare la voce. Con la grazia e la forza che solo l’amore e la determinazione può fornire. 

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

Il territorio come responsabilità ereditata

Il mio prodigarmi non nasce soltanto dalla voglia di fare, dalla mia ambizione, dalla voglia di dare un contributo al territorio. È anche voglia di fare del bene. Per lasciare qualcosa a chi viene dopo di noi.

Pensa ai suoi figli che non ci sono ancora, ma che immagina crescere tra quei filari. Pensa ai giovani produttori di Caiazzo, suoi diretti concorrenti ma anche compagni di generazione in una battaglia comune. Cita i grandi che li hanno preceduti: Vestini CampagnanoTerre del Principe così da vedere in loro la spalla sulla quale si regge adesso. Anche se qualcuno di loro non ce l’ha fatta.

Penso che questa nuova generazione stia veramente facendo bene e dando un buon contributo ai vini casertani.

Una generosità in questo sguardo verso il contesto  che trovo rara. Non c’è il pensiero piccolo del concorrente da battere, ma quello largo di chi sa che il territorio vince o perde insieme.

L’insicurezza è una forza

Ho conosciuto Sara Carusone come si incontrano le persone vere: di traverso, attraverso le cose che dicono quando non stanno recitando una parte. L’ho vista titubante e sicura nello stesso momento, insicura di sé (sono una persona molto insicura) e fermissima sulla cosa che conta di più (da qua non me ne voglio andare, non ce la faccio neanche ad immaginarlo).

Mi riporta alla mente Pavese, ancora. Non perché Sara sia un personaggio letterario. Lei è viva, concreta, ha le mani che sanno di cantina e la testa piena di filologia e analisi di mosto. Ma perché quel senso del paese come qualcosa di tuo che ti aspetta, qualcosa che non te ne vai mai davvero. Lei lo conosce. Lo ha vissuto al contrario: non è partita, e sa già che non partirà.

A me nelle vene scorre il vino

Dice ridendo a suo padre. 

A te scorre il cemento.

Dietro quella risata ci sta tutto. E io, per una volta, non ho niente da aggiungere.

https://winetalesmagazine.com/suggestioni-di-vino/la-masserie-sara-carusone-il-vino-un-atto-damore/